.. Poesia

          Da: L’ODORE DEI VICOLI


(I Quaderni del Battello Ebbro, Porretta Terme 2005)

  

  Stiamo in piedi all’aperto
e tremiamo nelle stanze senza fuoco.

(Thomas Stearns Eliot)

 

Non c’è altro
 
C’è chi mi guarda 
chiedendomi di non andare
senza dirlo,
chi tace nella notte e nel sonno,
il saluto rimandato 
da un’altra birra 
che svanisce nel fremito
di scarpe adolescenti.
Neanche un amore da ripetere,
né una fuga cittadina,
un sogno lambito
nei detriti dell’estate
dopo l’ultima pioggia 
che bagna gli occhiali.
Non c’è altro che la sedia del bar
su cui sedere immobili,
come fosse un’avventura.

   

Amore e giardino
 
Vuoi venire 
dove il mondo si assottiglia
e l’eco dei grilli non si sente più?
Io non posso tardare,
il giardino mi aspetta
se non c’è nessuno
dalla piscina delle carpe ai giochi,
quando il limbo intatto
dorme il primo sonno
che io rimando sempre di due ore.
Arrivo trafelato,
gli occhi sfidano l’ombra
di chi è come morta tra i veri morti.
Sotto l’ippocastano è rimasto
ancora l’odore delle sue calze,
l’estate lo conserva solo per me,
non sembra vero
  

   

  Andiamo, andiamo disperatamente
ancora insieme nella notte fonda
e lieve e vellutata dell’estate.

(Sandro Penna)

 

Luce nella notte

Cos’altro della città si è perso 
nella notte superstite,
alienata terra 
di ombre nei lampioni accecati 
da un niente nel niente?
Non c’è più il cielo, non c’è più
in un’infinita distanza riflessa
dalla luce arancio 
nell’anfratto del borgo.
Un senso di addio indocile
si ritrova nella foschia del giardino
e nella luna che manca,
nei faretti tondi di due motorini 
che si rincorrono a zig zag.
    

 

   Ho fatto un sogno, e ti dirò il ricordo
che ne serbo.

(Umberto Saba)

 

 
Passi nella notte
 
Troppo infelice
dire -tu dove sei-
se una notte è emaciata
di pudore adolescente
che affoga nell’acqua,
quando il giardino respira 
il buio e non conosce
risate, baci, quell’eterno ghermito
nelle stanze all’aria aperta.
-Tu dove sei-
finché sulla panchina senza spalliera
ho visto immobile una chioma,
la schiena un po’ reclinata 
nella posa indulgente:
ma eri tu o la tua sosia? 
Chi vicina e distante, quale amore 

    nella casa aperta del giardino?
Potevo alzarmi 
in un sogno non più somigliante 
nella notte delle sette lune,
potevo rimanere in piedi a fumare.
Non ho saputo mai se eri 
diffusa nell’aria della solitudine
a mezzanotte e un quarto.
Sono tornato dieci minuti dopo
pentito di non averti riconosciuta,
non c’eri già più, rimanevano i tuoi passi
e le orme molli nei ciottoli.
Camminavi senza posa violando
il prato, trapassata.
 
Mi sono seduto sulla tua panchina 
senza sapere (io non so mai, mai)
se ci separavano lo stesso spazio
o centinaia di chilometri, città inevase.
Eri sola sulla panchina di marmo,
venuta a trovarmi
e poi affacciata da una terrazza estiva,
da un’alba 
che io rimpiango per inerzia.
   

 

Uscir fuori
 
E’ troppo fredda
la pelle di infante
per sentire il tuo calore,
ma faccio scorrere l’acqua
fino a riempire il lavandino
di noi rifranti nel gorgoglio
di una piccola laguna.
Una sola volta hai aperto 
il rubinetto nel mio bagno, 
è passata un’eternità ingrata
da quell’acqua a quest’acqua.
Io seduto sul bordo della vasca,
un anno dopo (alla stessa ora, amore mio)
aspetto che dalla doccia in alto
o dall’armadietto degli asciugamani
escano almeno i tuoi anelli
o un lembo della tua pelle salina.
Oh, che bella attesa…
 

    

Attesa
 
Stanotte ti aspetto,
è assurdo ma sono sveglio
e confesso la fede che ho per te,
perché nella stanza da letto
c’è troppa notte che mi spia.
Il fruscio di questa omertà
è un sonno profondo
che non si scuote più in rumori.
Anche il televisore ha ceduto,
la sedia e i libri sono umiliati
da una inerte compostezza.
Se squillasse il telefono
dilagherebbe il silenzio fragile
della tua voce, l’inganno
di vegliare con me 
la complicità lasciata
a quei ragazzi già adulti
che si tengono stretta la mano
sfilando sulle strisce pedonali.
 
 

   

In viaggio
 

Ascolto dal finestrino 
un rifluire d’aria
nella strada degli odori.
Gli occhi miopi
del primo passante dividono
il giorno da un altro giorno,
l’ora stabilita del congedo.
Non rivedrò più l’anziano 
chinarsi sul bastone impagliato,
forse lo incontrerò in sogno
senza più la strada di casa, 
senza sapere dove abitava.
Lo riconoscerò, lo riconoscerò senz’altro,
nelle diritture con un un’unica confluenza
che non conosce rancore,
dove tutto coincide,
anche le segnaletiche verdi dell’autostrada.
    

 

Piazzale

Ero io che guidavo
sulla statale di Falconara
tra le fiamme ventose della raffineria
di un sottonebbia,
sull’Adriatico di sabbia fina
che rimane incollata 
ai tacchi alti di donna.
Mi sono fermato con lei
nel piazzale delle puttane
che non ha l’orizzonte del mare.
Mi hanno sorriso quei corpi di plastica
e le parole imballate
erano un coro di voci bianche:
-Noi ci innamoriamo ancora
delle navi che non passano mai
da queste parti.
   

   

Il sogno dei treni

Dentro un convoglio, sdraiati a terra
un treno solo per parlarsi,
com’eri invisibile con la notte
sulla canottierina e la pianura fuori del mondo.
Avevi già gli occhi del gatto,
una regalità nel buio esteso
e nelle parole così perse.

Non s’oscurava il giorno in attesa, 
un gran sogno si smarriva 
nel viaggio fatto solo d’aria,
accucciati con una bottiglia d’acqua
e un dolce andamento
che ci teneva la mano molle.
  
Torni qualche volta,
quando meno me l’aspetto 
ti adagi in me, 
scorri in fretta con il sorriso breve
che è già una fuga tra le nubi.
Il treno passa veemente
in un gran mistero di luci,
mi meraviglia svegliarmi 
con la tua bocca che cede
dopo tanta fine.
 
Chissà quale stazione padana
ci avrà ospitato anche stanotte,
chissà se una coppia sarà già la ripetizione
di un nostro refuso
  

 

    Come, uscendo dall’interno, misi un piede
oltre il recinto delle siepi del bar,
tutto fu alle mie spalle.

(Pier Paolo Pasolini)
 

  La panchina

Non parla mai,
non si alza in piedi, 
di notte aspetta
fiera di accogliere sole e vento
la pioggia e il tempo assorto.
Non si piega all’avventura
e forse ha un’anima, forse sa.
Se potesse parlare
direbbe dell’amore nascosto
tra l’ippocastano e la piscina,
sulla pietra dura 
dove ho scritto un verso
che lei non ha mai letto.
La camera è vuota,
vorrei la panchina fedele
ad ascoltare il silenzio
tra me e il Dio del dubbio.
  
La lascio volentieri la mia assenza,
alle coppie che fuggono
la memoria su quel marmo
e il loro odore giovane.
Gli adolescenti scenderanno lo stradino
e saranno altrove 
a non ricordare più
la panchina e il gelo,
la neve sulla spalliera dell’inverno.
     

  

L’odore dei vicoli
 
Seduti a gambe incrociate
al tavolino di un bar
come in una stanza solo nostra
che lenta si aggira
in un piatto di dolcezze.
Il tuo fiato è un’ombra,
un bisbiglio che ci unisce
nell’attesa che freme 
di non so che cosa
dietro le nostre schiene,
eterna in un grumo di stradine,
sul volto della notte
davanti ai vecchi portoni,
nell’odore dei vicoli
che sa di muffa e di mattone
     

  

     Mattino presto
  
Alle quattro l’orologio da polso
non segna più il ritmo disuguale
della notte e non sente
il mattino che porterà sfumato
il suo rossore d’alba.
Un’auto passa sotto casa,
la sento andarsene senza fervore,
sarà diretta a Roma,
alle otto del mattino
sull’Aurelia o sulla Nomentana
riconoscerà altri marciapiedi,
altri palazzi, altri quartieri.
La notte di Fabriano
sarà rimasta un’ombra occulta
investita sotto le ruote.
L’ultimo spavento tace
nel dormiveglia supino
del mattino che brilla.
La strada è un cassonetto
d’immondizia, uno spergiuro,
qualcosa che non rimarrà
neanche per me,
prima di svegliarsi
nell’eterno salvacondotto
del giorno che parla muto
alle precarietà regali
       

   

   Quale morte
 
C’è un vicino di casa
che conosce la misura della morte
più onerosa e ingrata.
Le esequie del passato recintato
lo spingono a non dire nulla,
recluso dentro il silenzio sonoro
nella morte che accarezza
come il viso della moglie.
Se la morte fosse il vicino
l’avrei vista in faccia senza smarrimento,
ma la morte viene prima di un corpo disteso,
è una faccia, si materializza,
si nasconde come il demone
diretto al cimitero di campagna,
visionario che dieci minuti prima
assumeva le sembianze di una prostituta
ferma davanti al suo piccolo falò.
   

   

    Da una camera d’albergo
 

Non c’è mare che non assomigli
ad un altro, eppure così
diverso da un’acqua mobile
di mondi complici
nelle spiagge assolate,
lontano, troppo lontano.
Non c’è qualcosa che ci sfiori
senza riflettere l’antica brezza
di una domanda lieve
che rimane impressa come un’orma
che la cameriera dell’Hotel Splendor
riassetterà sul cuscino
per altri capelli, per altri amori.
 
    

    

    La strada di casa
 

Non l’avevo mai guardata la strada
avanzare fino all’ingorgo
nell’ora di punta e dopo pranzo,
intasata e poi deserta, presente
come uno specchio che allarga
immagini sfilacciate di case,
tetti allineati che si rincorrono
da dentro un’utilitaria
o in piedi nell’autobus di linea
che riporta le abitudini dentro una stanza,
i rumori in ascensore.
Di notte la strada custodisce
le ombre del pianerottolo,
ma il sonno fascia i lampioni che non cedono,
accesi fino alle sette del mattino
in un fuoco pallido di madreperla
     

   

All’eternità che c’è
 

  
Nel vento

 
Un cielo grigio al mattino, 
cielo di ferro battuto dal vento
che tormenta la cima dell’ippocastano,
i tetti spioventi e la pioggia tiepida
quando il dolore dell’uomo è fragile
come la sua forza rapita all’energia,
cosmica esplosione senza segni distintivi.

Non conosco la coppia di anziani
che passeggia sotto casa mia,
ma nel vento sembrano rotolare
due corpi stanchi che la gravità trattiene.
L’uomo e la donna sottobraccio
lottano per rimanere.
 

 

  La luce per te

E’ la luce bianca
che si alza in un lampo
dal mare nero di Numana.
Non sai più se c’è la boa di notte
che lascia tracce appena
di alghe sfilacciate,
la marina dell’anno scorso a luglio.
Ti senti traballare
nell’onda che rifluisce
gli inquieti sogni negli occhi,
mentre sul pattino
ti accarezzi la pelle fredda
e la cantilena di un peschereccio
lascia una scia invisibile
sulla distesa d’azzurro e sale.
 
 

 

          

Da: STANZE ALL'APERTO


(Moretti & Vitali, Bergamo 2008)

  

 

C’è un mondo che può schiudersi come una porta, che può invitarti ad entrare in punta di piedi, senza far rumore, come spiando. E’ un mondo sottaciuto, che appartiene all’inconscio, alle registrazioni della memoria, allo sguardo ottico sul presente fuggevole. Questo universo nell’aria mi chiama e diventa un ambiente-principe. 
L’uomo ha bisogno di raccontare, di raccontarsi, come in un rito. Un registro di possibile scrittura è in ogni persona.
Le ombre tessono il filo in questo mio viaggio, e il poeta domina, mai razionalmente, il suo sentire, spostandosi in situazioni reali che un po’ si inventano, che si dilatano nell’estrema percezione. La mia residenzialità è quella di chi proviene da una dotazione di mistero, da una complicità con se stesso.
Il mare e la collina: un’apparente dicotomia, e del resto apparentemente è dicotomico anche il senso delle “stanze all’aperto”, come titola la raccolta. Ma tutto si riconduce alla ricostruzione di una genesi, ad una folgorazione che ha bisogno della verifica. Le immagini di corpi e di luoghi si alternano, si soccorrono da un posto all’altro, da una stagione all’altra, da un invito all’altro.
L’effusione del poeta non è mai sentimentale, è immaginativa. Non è mai ispirativa, è sensitiva. La mia città, Fabriano, la campagna, lo scorcio della collina arrotondata, il mare della costa adriatica, gli alberghi, le discoteche, le notti rappresentano un coro. In questo coro la leggerezza del verso si fissa come un’impronta sul suolo. L’animazione tocca punte di epicità quotidiana. L’attesa della poesia si fa strada nella sua nettezza, ed è polinucleare.

Il vuoto è così riempito da una costellazione di piccole vicende, di piccoli scenari.
Il mio mare estivo è nelle pagine di un diario, in una veglia sulla veranda dell’albergo, a Pesaro. Il solito albergo affollato di presenze in un via vai da lungomare. Uomini e donne che non conosco, che non rivedrò mai più, sono qui con me. Una vacanza estiva è come il suo stesso tempo di attraversamento: passa, si consuma, si dimentica. Rimane però questa grande madre, il mare, che ho riscoperto dopo gli anni dell’infanzia trascorsi con la famiglia sul litorale adriatico. Ho capito che avevo sepolto qualcosa che invece mi ha formato come immagine sensuale, misterica. Il mare ha avuto un potente impatto in me: il ricordo si lascia affiorare nell’onda che va e viene: la stessa sequenza di quando avevo sei, sette anni, con il secchiello e la paletta in mano. Seduto sulla riva il mare avanzava e indietreggiava solo per me.
Adesso capto un’elementare immediatezza, un passo parallelo tra esistenza e scrittura, tra quel mare dell’infanzia e questo di adesso.
Si chiama Hotel due palme il mondo di porte che si aprono, e dietro di me, dal balcone, ecco la distesa adriatica che da bambino mi sembrava un oceano, quello che avevo visto solo nel libro di geografia. 
Il congedo dal mare è un semplice saluto, una mano che si leva, ogni volta che ritorno a casa, ma anche un polo positivo che mi ha permesso di scrivere il diario dell’io lirico, tenero e struggente. Perché ho ritrovato il mio primo mare.

   

I

Il lungomare odora
di pesce fritto, di caffè all’aperto
in quel cielo colpito
dalle insegne fluorescenti dei bar
davanti alle case.
La riviera si popola di zainetti,
di fermacapelli immobili
quando il sole è una lancia
che cuoce i muri.
La spiaggia feconda 
non ha che la schiuma delle onde
a schiacciare il senso di vicinanza
e di un tuffo nell’aria.
La bonaccia d’agosto
si ferma nelle vele, 
la nave da crociera
traccia il confine del nulla,
l’autostrada in cerca del vento 
arde nella piazzola di sosta
senza più ombre nella secca.

   

 

II

I turisti sono in piedi 
sulla piattaforma d’acciaio
dove il mare galleggia 
nell’ultimo garbino* d’agosto.
Una saetta in cielo
sfilaccia il passaggio del gabbiano
sullo scoglio delle palombe.
La costa si allunga d’estate:
i bagnanti non se ne accorgono,
ma al centro di qualcosa
lo sa quel bagnino che fuma
dove porta il garbino, 
dove dispera in nome del sonno
la gioventù sui fuoristrada,
la vita dei morti che guardano
dall’altra parte della costa,
quella che non si vede.

   * garbino, vento della riviera Adriatica, che batte la costa da Rimini a Senigallia. Un vento folle che secondo la fantasia popolare farebbe cambiare l’umore della gente.

 

III

Un bambino corre in acqua
schiacciando la paura
e la madre lo segue nella frescura
che arriva alle caviglie docili.
Padri che guardano ancora
con l’ansia dei vent’anni
amori insensati che non nasceranno
sui seni di donne mute.
Li unisce i figli piccoli
quei padri e quelle madri che non si conoscono,
li scuote il sogno indolore
di gettarsi con le onde
al largo dei mari,
quando leggono distratti
i libri dei corsari 
mentre i bambini si addormentano.

 

IV

Ad Ancona spunta lattiginosa
la mattina dei viaggiatori,
le navi fremono
nello scintillio del porto.
Marocchini e algerini rimangono inerti 
come foglie secche
nel bar davanti alla banchina.
Qualche traffico illecito
lo vedi dagli sguardi torvi,
te ne accorgi come con gli amori
degli adulti in vacanza:
nascono e non si dicono,
sono di passaggio nelle vie del mare.

 

V

Nei balconi le ringhiere arrugginite
misurano la frescura dell’estate
quando dai tetti scende
il bollire delle case di mare
e i bagnanti tornano 
dalla bassa marea
prima di cena.
L’acqua della doccia ronza
in un silenzio di stanza,
esce dalle finestre aperte
per l’acuto del cameriere 
che indovina il tempo
seguendo la scia dei venti,
che occhieggia corpi nudi
tra i vetri smerigliati dall’eros.

 

VI

Sui sandali della ragazza
c’è un filo di sabbia
che si allunga come l’onda.
Lei si svestirà per i suoi amori
senza far vedere le pupille
nascoste dagli occhiali.
Cederà nella notte ubriaca
in una stanza calda
come le guance accese
dalle lentiggini di mare.
Attraverserà l’epoca dei miti estivi
e non la rivedrò più
passare davanti al tavolo bianco
con le natiche appena gonfie,
con i capelli che nascondono 
i sensi rimasti altrove

 

VII

Eccola l’immobilità della sera,
quando il mare si stende 
nella riva senza più bagnanti
e l’oscurità del crepuscolo
arriva da lontano, 
dal vento salino di Fano.
Respira una luna pallida
e l’Adriatico sembra più grande
nel silenzio della cena.
Gli hotel accendono 
lampadine antiche
all’entrata delle porte a vetri.
I ragazzi passano fulminei
e l’aria vagabonda
si dilegua nei canaloni,
segretamente

 

VIII

Il cielo bianco
soffia una brezza gentile
sulle verande degli alberghi.
I turisti spettinati
pensano a tutto e a niente,
sentono la spossatezza
come le barche sulla riva
dopo la pesca al largo.
Un napoletano rasato
rimane in mezzo alla piazza
per una telefonata di risate,
di tristezza camuffata
che inclina verso la notte
e scioglie i pensieri deboli.

 

IX

E’ notte lungo l’Adriatico:
il mistero del mare
avvampa di amori 
persi al largo, sui pedalò.
Gli accendini scattano
tra le mani nevrotiche
di chi fuma sigari ai giardinetti.
Le onde non le vedi più,
le senti appena rovesciarsi 
nel sottopassaggio dei murales.
Se mi avvicino a piedi scalzi
l’acqua si ridesta, schiocca
come la lingua delle donne 
che mangiano il gelato al chiosco, 
nascoste per rivelare l’ultimo amore
a chi le ascolterà 
fingendo meraviglia.

 

X

I bar del centro si affollano
e sono liberi i rituali
dei corpi snelli al bancone
per un gin tonic
nei gorghi della notte.
Rimbomba il suono 
delle discoteche sui colli,
un’immensa girandola
di lampi al magnesio 
serpeggia sul terriccio dei rovi.
Le automobili ai parcheggi
odorano di erba secca,
bruciano nel vuoto
senza angeli custodi